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Printable Version Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare di Susan Cain


Da un terzo a metà della popolazione è introversa.
Ma esiste un pregiudizio culturale diffuso, che ci porta a considerare l’essere introversi qualcosa di sbagliato.
E questo spinge gli introversi a mascherarsi da estroversi.

Cos’è l’introversione?

E’ diversa dalla timidezza, che ha più a che vedere con la paura del giudizio degli altri.
L’introversione riguarda il modo in cui rispondiamo alla stimolazione, incluso la stimolazione sociale.
Gli estroversi desiderano grandi quantità di stimolazione.
Gli introversi molto meno e si sentono più capaci, più efficaci, quando l’ambiente è più tranquillo.
Non tutto il tempo, non in modo assoluto, ma per una buona parte di tempo.

Il pregiudizio sull’introversione

La chiave per massimizzare il nostro talento è di metterci nella zona di stimolazione che è giusta per noi.

Ma qui il pregiudizio culturale interviene, perché le nostre più importanti istituzioni, scuole e luoghi di lavoro,
sono disegnate prevalentemente per gli estroversi e per i bisogni degli estroversi di ricevere un sacco di stimolazione.
E c’è un sistema di credenze attuale, che pensa che tutta la creatività e produttività possa nascere in luoghi fortemente gragari.

Anche a scuola oggigiorno i ragazzi lavorano per lo più in gruppi di 6-7 che si guardano in faccia per numerose attività.
I ragazzi che preferiscono lavorare da soli sono considerati anomali o problematici.

Per gli insegnanti lo studente ideale è estroverso.
Anche se,  dimostrano le ricerche, gli introversi hanno voti più alti e sono più informati.
Stessa cosa negli uffici, con la moda degli open space, dove siamo soggetti al costante rumore e sguardo dei colleghi.

Rispetto alla leadership, poi, gli introversi sono spesso ignorati, mentre sarebbero più attenti e più in grado di valutare e gestire i rischi.

Uno studio di Adam Grant ha scoperto che i leader introversi ottengono risultati migliori.
Perché quando hanno dipendenti proattivi, li lasciano correre con le loro idee.

Leader introversi

Alcuni dei grandi leader della storia erano introversi.
Eleonor Roosvelt, Rosa Parks, Gandhi. Queste persone si descrivevano come tranquille e timide.
E si sono messe sotto i riflettori, anche se tutte le ossa del loro corpo gli dicevano di non farlo.
E le persone capivano che loro non erano al timone perché a loro piaceva dirigere altre persone, ma perché non avevano altra scelta.

Introversi, ambiversi, estroversi

Tutti noi ci troviamo in un punto dello spettro introverso/estroverso.
Carl Jung diceva che non esiste un puro introverso o un puro estroverso.
Le persone che sono a metà dello spettro sono chiamate ambiversi.
Ma spesso siamo più vicini a uno dei due poli.

Molti grandi creativi erano introversi e hanno sviluppato le loro idee in solitudine.
Nel passato era molto valorizzato il potere della solitudine.
Solo recentemente questo è stato dimenticato.

Nelle religioni, troviamo ricercatori che si allontanavano dalla società e si isolavano nella natura e avevano grandi rivelazioni. Poi tornavano alla comunità per condividerle.

L’influenza delle idee altrui

Anche la psicologia contemporanea parla del fatto che non possiamo stare in un gruppo di persone senza rispecchiare e mimare istintivamente le loro opinioni.
Anche sulle cose personali e viscerali, scimmiottiamo le credenze delle persone intorno a noi, senza che ce ne accorgiamo.

Sappiamo poi che i gruppi seguono le opinioni delle persone più carismatiche e dominanti, indipendentemente dal fatto che siano le migliori idee.
E non c’è nessuna correlazione tra il fatto di essere dei buoni oratori e avere buone idee.

Meglio stare per conto proprio, generare le proprie idee, liberi dalle distorsioni delle dinamiche di gruppo, e poi tornare nel gruppo e parlarne attraverso una buona gestione della condivisione.

La cultura della personalità

E allora perché se tutto ciò è vero, progettiamo le scuole e i luoghi di lavoro in questo modo?
Perché facciamo sentire in colpa gli introversi che si prendono il loro tempo personale?

La risposta risiede nella storia della cultura occidentale, in particolare degli Stati Uniti d’America.
Essa ha sempre favorito uomini d’azione, a uomini di contemplazione.

Ci troviamo adesso nell’era della personalità, il XX secolo, passati da una economia agricola al mondo del grande business.
Le persone improvvisamente si sono spostate dalle piccole città alle grandi metropoli, dove non si conoscevano tra di loro.
E improvvisamente qualità come il carisma e il magnetismo sono diventate importanti.
E i modelli di riferimento sono diventati i grandi venditori.
Questa è la realtà in cui viviamo.

Certo i problemi che il mondo sta affrontando sono così complessi e grandi che sarà importante lavorare tutti insieme.

Ma più lasceremo libertà agli introversi di essere se stessi, più probabilmente essi potranno portare le loro idee personali a questi problemi.

Per concludere, tre chiamate all’azione:

  1. fermate la follia del costante lavoro di gruppo.
    Abbiamo bisogno di più libertà e più privacy e più autonomia a lavoro.
    Anche a scuola. Abbiamo bisogno di imparare a lavorare insieme ma allo stesso modo abbiamo bisogno di imparare a lavorare da soli.
  2. andate nella foresta selvaggia, come Buddha. Cercate le vostre rivelazioni.
  3. abbiate cura di ciò che sta nella vostra valigia e del perché l’abbiate messo lì.

Introversi, occasionalmente, spero che apriate la vostra valigia per permettere alle altre persone di guardare dentro.
Perché il mondo ha bisogno di voi e di ciò che avete dentro.
Vi auguro di avere il coraggio di parlare delicatamente.

Dal discorso ai Ted di Susan Cain, autrice di “Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare”.

Elisa Vezzi
Psicologa Psicoterapeuta


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 Added on:  06/04/2017
 Author/Source:  Pubblicato da Elisa Vezzi
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 Posted by:  Maurizio
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